MESSICO & MESSICO di Nadia Agustoni
Liberamente tratto da www.nazioneindiana.com
Un film che ci racconta il Messico e lo fa con occhi attenti in particolare agli eventi del 2006 è quello realizzato da Francesca Nava e distribuito in edicola come supplemento a Liberazione e Carta. L’altro Messico è il racconto di tante voci, di chi sta in basso e di chi in basso non c’è mai stato, voci di gente qualunque e di intellettuali, ma voci comunque forti, voci che non nascondono il loro essere di parte e che nel dare colore a quanto dicono ci restituiscono come in un affresco le anime del paese di Diego Rivera e Frida Kahlo, di Emiliano Zapata e degli insurgentes dell’Ezln, del muro alla frontiera degli U.S.A e delle baracche di cartone degli indios. Immagini molto belle quelle raccolte dalla regista: i volti della gente e il volto del paese (ferito quasi ovunque) con squarci tremendi quando passano sul video i fotogrammi delle violenze poliziesche ad Atenco e Oaxaca.
L’intento è quello di costruire una narrazione dell’otra campaña (l’altra campagna) (1) che partita all’inizio del 2006 si è conclusa il 2 dicembre dello stesso anno. Il subcomandante Marcos o delegato zero è seguito nel suo viaggio attraverso il paese e nei suoi incontri con le popolazioni locali e i gruppi che lottano politicamente. I suoi discorsi, almeno per me che li ho letti prima di ascoltarli, hanno una qualità diversa arrivando all’orecchio con una voce che non ha toni alti, ma è pacata e ferma e proprio per questo sorprende, come sorprende la mancanza di retorica, la semplicità delle parole che adopera. Dicono che Marcos sia un affabulatore, un cantore di storie, uno strumento musicale che suona da solo ma che usa il dolore indigeno e quello delle minoranze. Dicono che sia folklore…
In Elogio dello zapatismo (2) Gustavo Esteva scrive che: “ Gli zapatisti sanno che il riconoscimento della dignità di ciascun uomo e di ogni relazione umana, sfida i sistemi esistenti “e più avanti ribadisce “a modo loro, come è loro abitudine, con spirito libertario, gli zapatisti continuano a metter alla prova la velocità del sogno […]”. Esteva collaboratore di Ivan Illich, ha a cuore dell’esperienza zapatista il fare partendo dal basso senza intermediari, quell’abdicare alla schiavitù del tecnicismo che di fatto lega le mani alle popolazioni più svantaggiate divenendo una delega in bianco a professionisti, veri o presunti, perché risolvano ogni piccola questione del quotidiano. L’esperienza degli zapatisti in campi quali la salute pubblica, la scuola, le Giunte di Buon Governo così come le molte attività che danno da vivere a nuclei consistenti di persone, testimoniano delle possibilità di cambiamento che può attivare una pratica di democrazia autentica. Pratica che mette al centro la capacità delle persone di impegnarsi per un bene comune. Si comprende meglio allora, perché tutto questo è visto dalle burocrazie dei partiti e dei loro satelliti come populismo, quando invece è affermazione di responsabilità. E’ emblematico che una classe media, sia europea che nazionale messicana, si senta scavalcata e reagisca malamente a questo fare dal basso irridendo al passamontagna di Marcos, alle sue favole per grandi e bambini, al suo viaggio tra i diseredati e i senza speranza. Eppure il passamontagna, che cela il volto degli zapatisti e del loro subcomandante suscitando tante chiacchiere, è forse soltanto una nemesi moderna di quell’Elmo di Mambrino che tante passioni e liti innesca nelle avventure del Don Chisciotte di Cervantes, non a caso libro amatissimo da Marcos che lo consiglia quale manuale di critica economica.
I protagonisti de L’altro Messico sono però le persone che raccontano il loro paese, la povertà, i sacrifici inutili e i muri dell’esclusione, ma soprattutto protagoniste sono le ombre delle donne, sempre un po’ a lato, trattenute nel darsi parola da una sorta di pudore o di ancestrale paura di iniziare un discorso che non può che finire nel gesto accorato di mostrare il nulla del degrado dei luoghi, il punto zero della miseria dei popoli indigeni che vivono e muoiono della banalità di non avere un medicinale, un ambulatorio o una casa in cui aprendo i rubinetti non esca polvere. Sono i loro visi scolpiti dalle rughe e dalla fatica immane della sopravvivenza a dirci qualcosa sul significato delle esclusioni, a darci la traccia che potrebbe condurci a interrogare altre memorie come quelle che serbano il dolore collettivo del femminicidio di Ciudad Juarez e che nel film non ci sono anche perché sono storie queste cui non basterebbe il tempo cinematografico (3). C’è, però, la violenza di Atenco. In pochi crudi fotogrammi. Corpi accatastati sui furgoni e presi a calci e corpi sfigurati dalle botte e poi le ultime immagini girate a Oaxaca dal fotoreporter Brad Will ucciso da un poliziotto che aveva inquadrato con la sua telecamera digitale. Tutto mentre arrivano dalla stessa Oaxaca le notizie di ennesimi stupri, questa volta anche su corpi maschili, a rendere evidente l’uso programmato degli abusi sessuali su avversari politici. (4)
Gli intellettuali intervistati da Francesca Nava, pur avendo tempi di parola più lunghi, non convincono. Troppo lontani dall’esperienza e troppo di ruolo. Paco Ignacio Taibo II è simpatico e partecipe, ma c’è una voragine di vita che nessun discorso può colmare. Forse l’ultimo incontro dei delegati zapatisti con gli intellettuali mette in evidenza alcuni punti importanti di convergenza e contrasto. Organizzato dalle riviste Contrahistorias e Rebeldía, dal Centro Immanuel Wallerstein e dallo stesso EZLN l’evento ha visto la partecipazione di 10 comandanti zapatisti e di ricercatori quali Carlos Aguirre Rojas e Mercedes Olivera. Durante il convegno l’antropologo e storico del movimento zapatista Andrés Aubry, ha criticato la modalità “non solo burocratica, ma pure antietica ed opportunista, dei ricercatori sociali di tutto il mondo” accusandoli di realizzare un “furto intellettuale” delle conoscenze e della saggezza dei popoli che “studiano” con fini totalmente estranei a quelli di quegli stessi popoli. (5)
Aggiungo solo una nota. Rimane un senso di bellezza in questo rinascimento messicano che commuove. Alla cattività costruita dai poteri si mostra la possibilità che apre la partecipazione. Un “noi” che permette la singolarità, l’unicità di ognuno/a.
La Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona (6), il documento politico più poetico che abbia mai letto, a tal proposito è chiaro e lo è chiamando, nominando, restituendo parola a donne e uomini, bambine e bambini, vecchi, giovani, studenti, gay, lesbiche e altri modi, disoccupati e contadini, lavoratori di città e ragazze delle maquilladoras… perché il mondo è di tutti.
Nadia Agustoni
Note:
1) La Otra campana chiede democrazia dal basso per tutto il Messico.
2) Gustavo Esteva; Elogio dello zapatismo edizione Quaderni della Fondazione Neno Zanchetta (2005)
3) Sul femminicidio di Ciudad Juarez sono usciti in italiano alcuni libri tra cui segnalo Sergio Gonzalez Rodriguez, Ossa nel deserto edizioni Adelphi 2006. E Alicia Gaspar de Alba, Il deserto delle morti silenziose Editore Palomar 2006.
4) A Oaxaca numerose denuncie sono pervenute a vari organismi che si occupano di diritti umani riguardo abusi sessuali su detenute e detenuti. Al momento attuale risulterebbero almeno 15 gli uomini arrestati, stuprati e costretti a rapporti orali da poliziotti. Per quanto riguarda le donne le denuncie riguardano anche aborti dovuti a maltrattamenti e lo sfregio del taglio di capelli. Le notizie su questi fatti sono state tradotte dal Comitato Chiapas Torino e Comitato Maribel di Bergamo. Sono apparse su La Jornada e in altri organi di informazione messicani.
5) Da Ezln-it; traduzione da La Jornada 5 gennaio 2007, del comitato Chiapas Torino.
6) La Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona è pubblicata in alcuni siti tra cui quello di Carta: www.carta.org e anche in cartaceo nel numero del mensile di Carta settembre 2005. Un altro sito sul Chiapas è www.ipsnet.it/chiapas in cui si possono leggere i documenti tradotti sui fatti di Atenco e Oaxaca.